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“Andrea Tamburelli's Independent Blog” Marketing, Vendita e Persuasione

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Il potere di scegliere la propria realtà

Abbiamo un margine assai ridotto di scelta.
Pensaci un attimo: cosa determina veramente chi siamo?
Il
nostro DNA, nostro patrimonio genetico ed è evidente che su quello non possiamo intervenire in alcun modo. E poi, cos'altro influisce su ciò che diventiamo?
L'ambiente nel quale cresciamo, i nostri genitori, i nostri insegnanti, I nosrti amici, le persone che frequentiamo quotidianamente....

Possiamo forse scegliere chi seguirà la nostra crescita?
Piuttosto improbabile, direi.
E già solo con la genetica e l'educazione ci giochiamo un'altissima parte della nostra possibilità di scelta.
Per non parlare del paese di provenienza e della sua peculiare cultura, dei media, di ciò che, in generale, la società in cui viviamo e operiamo ci dice essere giusto o sbagliato...
Sia a livello genetico che culturale, abbiamo obiettivamente scarsissime probabilità di fare scelte che siano veramente nostre.
Sia dall'interno che dall'esterno pare che tutto sia già preordinato e non possiamo fuggire alla loro potentissima influenza.

E quindi, cosa rimane?

 

Le tribu nell'era dei social media

Il termine tribù è preso in prestito dall’antropologia dove viene usato per caratterizzare le società arcaiche dove gli ordini sociali venivano mantenuti in assenza di un potere centrale.

Questa parola comunica le stesse caratteristiche proprie dei gruppi etnici ma su scala più piccola:

omogeneità locale, linguistica e culturale.
A differenza delle brand community agiscono su piccola scala e sono privi di confini fissi e ben definiti.

Queste comunità si formano intorno ad emozioni o passioni, quindi anche intorno a brand o prodotti.

Per molti individui è più importante appartenere ad una tribù che ad una classe sociale, questo spiega ad esempio il grande successo del marketing tribale.

Cos’è il marketing tribale?

 

Il numero di Dunbar ai tempi dei social network

Il numero di Dunbar è la grandezza massima che può assumere la rete sociale di ogni individuo.

Questo numero, stiamto intorno a 150, risulta una sorta di costante che resiste ai cambiamenti sociali e culturali che hanno portato l’uomo dai villaggi neolitici alle megalopoli.
Sembra che il costo cognitivo associato al mantenimento di questo insieme di relazioni stabili abbia quindi un limite superiore.

Allora, visto I tempi moderni e l'ingresso nelle nostre vite di social network tipo Twitter e Facebook mi chiedo: questo numero rimane invariato anche in quest'epoca di social network? Sarebbe un fatto colosale che all'interno del nostro profilo di Facebook tutti i 350 amici lo fossero veramente e noi ci ricordassimo uno ad uno il nome e le caratteristiche di ognuno!!!

Secondo Cameron Marlow ( resident sociologist di Facebook), in un'intervista fattagli da The Economist, all’interno del social network, sia pure in presenza di un ampio range di variabilità, ogni utente ha una media di 120 amici, e le donne hanno qualche amicizia in più degli uomini. Sembra dunque ancora confermata la validità del numero di Dunbar.... Tuttavia mi chiedo: -"ma allora, chi ha 3500 amici su Facebook che diavolo sta combinando???"

Mi viene in risposta questo fatto: è’ stato anche rilevato che esiste un core, una nicchia importante di amici, con i quali si scambiano più spesso commenti ed informazioni: questo nucleo è di circa 7 amici per gli uomini e 10 per le donne, nel caso di un utente medio. Da notare che anche chi ha molti più amici, nell’ordine di 500, possiede un sottoinsieme di “amiconi” non molto più grande, ovvero circa 20, sempre maggiore nei casi di utenti di sesso femminile.

Si ipotizza che nel caso delle reti online il costo cognitivo associato al mantenimento delle relazioni sia dovuto non tanto alla difficoltà di comunicare con qualcuno – costo quasi azzerato in Internet – quanto dallo sforzo mnemonico di ricordare ogni volta con chi si sta parlando, che lavoro svolge, perché lo conosciamo, quali informazioni ci siamo scambiati nel passato ecc.
o di ricordare ogni volta con chi si sta parlando, che lavoro svolge, perché lo conosciamo, quali informazioni ci siamo scambiati nel passato ecc.

   

Produttore e Consumatore allo stesso tempo

Prosumer è un termine coniato dal futurologo Alvin Toffler, ed è un neologismo che fonde due parole inglesi: producer e consumer. Questo sta a significare la riunificazione dei ruoli che a partire dalla rivoluzione industriale si sono inoltrati per percorsi separati.
Infatti, quando le industrie si sostituiscono all’artigiano la vendita dei prodotti non avviene più nelle stessa bottega dove sono stati creati, ma in decine e poi centinaia di negozi sparsi nel paese.

Ciascuno da allora ha iniziato a consumare beni prodotti da altri. Il prosumer oggi appare come una delle più trasparenti metafore del nuovo nei consumi.

 

La crisi della fidelizzazione del cliente

Sta emergendo sui mercati una difficoltà apparentemente insolubile.

Mentre la gran parte dei settori vive una sostanziale stagnazione, arrestando l’accelerazione nei consumi avvenuta in passato, tutti I prodotti hi-tech dai cellulari ai computer registrano un forte

incremento.
Il meccanismo competitivo è a somma zero, cioè aumentano quote solo sottraendole ad altri competitor.
Di conseguenza si avverte la necessità di stringere un rapporto più stretto con il

consumatore cercando di fidelizzarlo in qualsiasi modo.
La fidelizzazione della clientela diventa lo studio indispensabile per ogni organizzazione in quanto fornisce i migliori risultati.

Come noto,conquistare un nuovo cliente costa fino a sette volte di più che mantenerlo, quindi assisteremo sempre più all’adozione di un marketing difensivo piuttosto che offensivo.

   

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